dancing in zero gravity



Generally speaking, non mi sento schiava degli oggetti. Ok, conservo ancora una gonna che mi è stata regalata vent'anni fa da una zia anche se non mi entra più ed è marron, un colore che nel frattempo ho smesso di portare, ma ho regalato il letto in cui ho dormito dall'infanzia fino all'università e sono contenta che lo usi qualcun altro. I ricordi sono nella testa e gli oggetti possono girare il mondo. 

Pratico il baratto, regalo, accetto con un sorriso. Mi fa piacere che le cose che mi sono servite possano essere utili altrove e non ho paura di prendere con me un oggetto che ha addosso storie di altri. Ho ereditato della biancheria di seta da una persona che non ho conosciuto e l'ho indossata quando ho incontrato il grafico perché per me significava che "love is reborn, and reborn, and reborn". Adoro i mercati delle pulci, i negozi di rigattiere, le bancarelle dell'usato, i mercatini. Ho fatto tutta l'università abbigliata con capi di seconda mano di cui ricordo ogni colore e ogni provenienza: la maglia impressionista color covone di Monet, il vestito stampato verdure che mettevo agli esami della sessione estiva, il maglione col bottone a tre buchi, e molti altri. Senza nessuna tristezza, anche se nella provincia in cui vivevo il concetto di vintage doveva ancora arrivare.   

Oggi però sono stata in un mercatino dell'usato per vendere alcuni libri. Poi ho fatto un giro tra le cianfrusaglie del reparto casalinghi e mi è venuto il magone. Tutti quegli oggetti acquistati perché "si doveva", perché "ne avevo voglia", perché "potrebbe sevire", perché "ce l'hanno tutti", per dimostrare benessere, per affetto, per dono, per deesiderio. Oggi tutti uguali: vecchi, inutili, impolverati. Le tazze a fiori anni settanta che c'erano, simili, nella cucina della casa al mare dove ho passato tante estati d'infanzia. La macchina da scrivere uguale a quella di mio padre (noi la adoriamo, vale 19 euro). Un boccale da birra in ceramica con coperchio, 9 euro e 50, chi lo comprerà prima che cali di prezzo? Quante storie che portano con sé, quante andranno perdute. 

Il Mercatino ha vinto il premio nazionale sulla prevenzione dei rifiuti: bene, vuol dire che tanti di questi oggetti vengono reimmessi in circuiti d'uso e non vanno buttati. Ma le storie di quelle tazzine bruttine, di quei ninnoli acchiappapolvere, di quelle Barbie coi capelli infeltriti che fine faranno? E quelle macchine del pane un po' scalcagnate chi le vorrà? "Buone cose di pessimo gusto", mai espressione fu più azzeccata. Ed è una delle immagini che mi immalinconiscono di più. 

Non so perché il reparto dei casalinghi mi ha fatto venire questo magone. Starò invecchiando. Tornata a casa, mi sono ricordata di avere nello scaffale un libro che voglio leggere da tempo: La vita delle cose, di Remo Bodei (Laterza). Quasi quasi me lo porto in vacanza. 
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Vi hanno mai detto "pensa a studiare"? A me sì. E non aveva molto senso. Non che studiare non mi sia servito: sono convinta che lo studio mi abbia resa più consapevole e mi abbia insegnato ad alzare lo sguardo oltre il "qui e ora". Però lo studio ha bisogno di mettere radici, di sporcarsi le mani, di farsi esperienza prima che il tempo dei libri lasci ufficialmente il passo a quello del lavoro.

Oggi mi sembra abbastanza assodato: laurearsi avendo pensato solo allo studio in molti casi non è abbastanza. Meglio essersi rimboccati le maniche già da studenti e aver messo in tasca anche qualche abilità umana, sociale, pratica, inattestabile da pezzi di carta ma palpabile nell'approccio che si è sviluppato alle persone e alle cose.

Alla LUISS di Roma hanno pensato di favorire questo confronto fra teoria e pratica affiancando allo studio il volontariato. Così quest'estate molti studenti stanno lavorando i campi con Libera, o sono impegnati in attività con bambini di quartieri "difficili", o con le detenute ed ex detenute di Made in carcere, un progetto bellissimo dove tessuti e persone trovano una seconda opportunità nella creazione di bellissime borse e altri manufatti (ne scrivo oggi su Corriere Sociale ).

Il volontariato è ormai roba da ricchi, dice l'Istat, però ho la sensazione che oggi, rispetto all'epoca dei miei studi, si percepisca in modo più netto anche il valore arricchente del volontariato, in termini sia "umani" che pratici: il volontariato è un luogo dove si possono acquisire competenze che poi saranno spendibili altrove.

A volte le cose vanno così. Esci di casa col vestitino di seta e la collana di perle per andare al pranzo di famiglia e ti ritrovi per terra sul pavimento di un antibagno sconosciuto, a contorcerti per i dolori mestruali, con l'unico pensiero che hai bisogno del pavimento perché è freddo e tu stai sudando, hai voglia di strapparti i vestiti di dosso e di sbattere la testa allo spigolo del muro per vedere se si allenta la morsa alla pancia. 

Succede. A me però non era mai capitato e mentre i parenti a tavola parlavano di libri e musica io, nell'antibagno, ho vissuto momenti di panico. Sorvolo sui dettagli, ma non contemplavano i cuoricini . Tuttavia anche questa esperienza spiacevole ha avuto la sua utilità. Ho capito che in emergenza ho reazioni pronte e non prevedibili, e chi se ne frega della porta aperta, di chi passa, della carta igienica attaccata sotto il tacco, delle mutande all'aria, di piangere davanti a gente sconosciuta. 

Ma soprattutto ho capito che il mondo è ancora popolato da tante brave persone: l'uomo in camicia bianca che mi ha trovata sdraiata su uno scalino e si è voluto accertare delle mie condizioni e che ci fosse qualcuno con me, la mamma bionda che mi ha salutata gentilmente mentre vomitavo come la bambina dell'esorcista (a porta aperta, perché non avevo fatto in tempo a chiuderla), il personale della Premiata Trattoria Prati che si è attivato per procurarmi un antidolorifico e una sedia a sdraio sulla quale mi sono abbattuta per un tempo che non ho contato, finché l'antidolorifico ha fatto effetto. 

Poi mi sono ravviata i capelli e sono tornata a tavola coi parenti, anche con un certo aplomb. L'aplomb in queste circostanze forse è una delle mie specialità. E questa è un'altra scoperta interessante. 

pesci

(che c'entrano i pesci rossi? Niente. Però è un'immagine rasserenante, come la sensazione di essere circondata da brava gente)

Quando posso scegliere preferisco il giallo. 

Il venditore indiano al mercato di piazza Vittorio l'ha capito in mezzo minuto e mi ha fatto vedere ogni sorta di african print che avesse dentro il giallo. Giallo e marron, giallo e rosso, giallo e blu in tutte le versioni e i disegni. 

Ha vinto facile. Ho scelto il numero 3. Per 9 euro mi sono portata a casa 5 metri di stoffa del colore della felicità d'estate.

E adesso, questa stoffa a chi la do? Su Pinterest è aperta la caccia alle idee. Conoscendomi, sono abbastanza sicura che nessuna idea sarà realizzata in tempi brevi. Salvo questa skirt wrap che mi pare bellissima e semplicissima, e in sintesi un'idea geniale per utilizzare qualunque pezza di grande formato e di bella stampa. 

Certo, mica ho le gambe di una ventenne africana, io. Però sto per andare in vacanza e tra mare e musei la mia wrap skirt fai da te saprò portarla ;)

p.s.

La mia stoffa non è di pregiata fattura, non è di marca, non è top di gamma. E non ha neanche un nome. Però potrei darglielo: come fa la ditta olandese Vlisco, che fa stoffe bellissime. Alle stoffe e ai loro disegni - che nascono contrassegnate da un numero ma vengono poi "battezzate" con nomi evocativi e poetici da chi le usa - Vlisco ha dedicato un progetto di storytelling davvero intrigante.



Donna panciuta, del resto, è sempre piaciuta.

Illustrazione di Derek Erdman. Genio :D
Corro, corro, corro. Da un mese e più.

Qui un po' di surfate degli ultimi tempi:

Cose che NON puoi essere se vuoi avere successo in proprio, di Gioia Gottini. Da leggere senza impermalirsi.

Mio figlio è transgender.

Office hours with Ann Friedman, ovvero consigli per i primi anni di carriera, da una delle mie giornaliste preferite. Bisogna fare login, ma è gratis. In inglese.

Una città mappata dal basso: la sfida di Barcellona.

Come vestire bene in estate (una cosa che per me è molto difficile!).

Un progetto importante, audace, da sostenere. Io sto con la sposa, e voi?



Oltre a correre molto, in questo periodo ho anche scritto. Di nuovo, e tanto. Qualche link:

Più CSR per tutti: la responsabilità sociale d'impresa come via d'uscita dalla crisi.

La frutta di città e un progetto per non mandarla sprecata.

Quante cose si possono fare con dei tappi di plastica.

Giornalisti Nell'Erba, il nostro futuro.

Ho intervistato il sottosegretario Luigi Bobba. Qui e qua.

La prima volta che sono uscita col grafico avevo un maglione scucito sotto il braccio sinistro... (questo l'ho scritto mesi fa, basti pensare che avevo ancora i capelli lunghi :D Però è stato pubblicato questa settimana e mi è caro, perché è un tutorial di rammendo con mia madre, che per l'occasione si è riscoperta una lady e si è messa pure lo smalto rosso :D).

"Mamma, vado a fare un press tour"
"Che bello, e dove?"
"In un allevamento di polli"

E' una giornata calda, movimentata e colorata. Come Torpignattara, di cui scrivo oggi sul Corriere Sociale, cioè Sociale.Corriere.it, la nuova (online da oggi) sezione del Corriere della Sera dedicata alle "buone notizie" su sociale, terzo settore, volontariato. Torpigna, mon amour, si sta vestendo di murales d'autore, in un progetto che vede coinvolti una nota galleria d'arte, il comitato di quartiere, artisti bravi e famosi e proprietari di muri spogli. Obiettivo comune: regalare bellezza al quartiere, per farlo vivere meglio. 

Non è tutto: sabato 24 maggio, per il secondo anno, Torpignattara organizza Alice nel paese della Marranella. Dalle 15 alle 24, per le vie del quartiere, arte, musica, spettacoli, giochi, letteratura, danze, performance, installazioni, cinema sotto le stelle. Ci saranno Vauro, che presenterà il suo ultimo libro Storia di una professoressa, e il pioniere della street art internazionale Jef Aérosol, che regalerà al quartiere un'opera in situ e permanente.

Alice nel paese della Marranella è opera dei volontari del comitato di quartiere Torpignattara. E' una festa di quartiere che nasce in modo bellissimo, come racconta il video qui sotto che documenta il making of della prima edizione. 



Siete ufficialmente invitate e invitati!

Torpignattara è il punto dove Roma è più vicina a New York (come penso io) o a Londra (dice qualcuno, e non ha torto nemmeno lui!). Per arrivarci potete seguire i conigli bianchi che trovate in questi giorni sui marciapiedi di tanti quartieri di Roma. Oppure potete salire sul glorioso trenino giallo che parte dalla stazione Termini e arriva al Grande Raccordo Anulare. Fermata Torpignattara, naturalmente.

Infine, di/a/da/in/con/su/per/tra/fra Torpignattara segnalo anche Kingston, di Sandro Joyeux, starring i bambini della scuola Pisacane che è speciale perché... 





Perugia per me, da qualche anno, è tante cose. E' la bellezza medievale della città, maestosa come certe città appenniniche sanno essere. E' pioggia e sole d'aprile, tetti rossi, salette da colazione che sanno di tempi andati, scorpacciate di tutto ciò che è al tartufo. E di parole.  

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Welcome
A Perugia, da qualche anno, la domenica in cui finisce il Festival internazionale del giornalismo mi defilo da tutti gli impegni e spulcio il mercatino dell'antiquariato in piazza Italia, dove è tradizione che prima di ripartire compri una vecchia macchina fotografica o un paio di orecchini a clip. 

Questa volta, però, il mio appuntamento col mercatino salterà. 

Infatti sarò al  Festival internazionale del giornalismo la mattina di mercoledì 30 aprile, dalle 11.30 alle 13 nella sala Raffaello dell'hotel Brufani, per presentare le quattro inchieste realizzate dai 500 giovani giornalisti nell'erba che hanno partecipato al progetto Si fa presto a dire green indagando sulla greenicità di imprese e prodotti. Per tutti i dettagli sull'appuntamento cliccate l'immagine qui sotto (dove io sono quella con la foto più scarmigliata, ma meno male: nessun fidanzato è stato schiavizzato per realizzare nessuna mia immagine, e The Cut mi conferma che va bene così!). 

Sono un po' emozionata, come dico sempre in questi casi. Se passate di là mi fa molto piacere: palesatevi, e dopo ci prendiamo un pasticcino di riso e un caffè. Per seguire da casa: #greenicità


Ci sarò anche il pomeriggio del 30 aprile e la mattina del primo maggio per due altri appuntamenti di giornalismo ambientale organizzati da FIMA, la Federazione italiana dei media ambientali: un workshop sulla narrazione giornalistica delle tematiche verdi e un incontro su come comunicare il cambiamento climatico. Se passate di là... l'ho già detto :)