dancing in zero gravity

Pensionato arzillo, fotogenico, amante dei viaggi cerca anima gemella per un altro giro di valzer. Accompagnatore garbato e di bella presenza, non sfigura in occasioni di rappresentanza come matrimoni di amici, primi appuntamenti, pranzi della domenica.
Siamo stati insieme a un matrimonio, a un cenone di capodanno, a tre lavori alla volta, a svariati pranzi della domenica con gli ex suoceri. E siamo sopravvissuti tutti e due, direi brillantemente.

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Cappottino in tessuto fiorato, 44% lana (più 46% poliestere e 10% poliammide), taglia 42.
E' stato anche il cappotto del primo appuntamento col grafico. Da Necci a colazione, per essere sicura di poter scappare via quando volevo, e invece sono rimasta. Portavo il mio scaldacuore rosso preferito, scucito sotto un'ascella, e questo mio cappottino preferito, del colore perfetto, dell'umore scapigliato giusto, ma senza un bottone. Ed ero proprio me stessa, vestita così, in quel momento in cui tutto era un turbinio di colori e andava molto di corsa. 

A conti fatti possiamo dire questo cappottino a fiori mi ha accompagnata per due vite almeno. Finché non ha iniziato a starmi un po' troppo giusto.
 Classe 2005, comprato con l'entusiasmo del primo stipendio, da 3 anni sta chiuso nell'armadio perché non mi entra più. Aveva bei bottoni gioiello che il lavasecco ha rovinato. 
Ma non è solo per questo che ho deciso di metterlo in vendita (a un prezzo simbolico) su Depop. 
Aspetta te per avere nuove storie da raccontare.
Le mie le sa già, ed è giusto che vada per il mondo a vestirne altre.  Nel trilocale gli armadi sono pochi per tenerci dentro tutti i ricordi

Le storie di vestiti mi piacciono molto, e rimettere in circolo quello che fu il mio "guardaroba sentimentale" non mi fa (più) paura, perché i ricordi restano ma le cose possono cambiare. E lo trovo pure ecologico. Ah, già, il mio cappottino è anche verde, del mio verde preferito. Verde Giornalisti Nell'Erba, dopotutto. E verde come il #VV, il venerdì verde ideato dalla giornalista Diana De Marsanich, che ogni venerdì invita a condividere le proprie scelte di vita green. La mia oggi è questa: lasciar andare i vestiti che non uso più. Anche quelli che ho molto amato


F.A.Q.

Ma come fai a separarti da un cappottino che ha vestito tanti momenti importanti? 
So che per molte (e molti?) è duro separarsi dai vestiti che abbiamo amato e hanno una storia, anche se nel frattempo si sono rovinati e non ci stanno più. Il mio trucco è: prima di darli via gli scatto una foto. Una bella foto. Che resta con me. 

(e non mi sono scattata un selfie con lui)

Ordina un succo di mela. Si scusa per aver dovuto interrompere la nostra conversazione, “ma era una telefonata a cui dovevo assolutamente rispondere”. Il succo di mela non c’è: portano quello di ananas, ma lui non si scompone. Beve un sorso. E io mi domando cosa significhi per lui questo piccolo momento di normalità prima che ricominciamo a parlare delle sue ore in sala operatoria a ricucire ferite orrende, di gruppi armati che si alternano nel violentare donne in pubblico al grido di “vi faremo subire quello che hanno fatto alle nostre sorelle”, di un attentato fallito, della sua vita blindata.

Mi colpisce la sua pacatezza, la chiarezza con cui riassume – per me, europea, che nella Repubblica democratica del Congo non sono mai stata – i dettagli di una tragedia di proporzioni ingentissime. La precisione con cui ripercorre le tappe della violenza che si è allargata “comme un cancer qui métastase dans la societé”. Parla lentamente, la voce è roca. Il ritmo però si fa serrato quando gli chiedo cosa possiamo fare contro la violenza. E’ un uomo che sa che la violenza contro le donne è un problema degli uomini, prima e oltre che nostro. 

E’ imponente, ha mani grandi. Ha dovuto imparare a mettere distanza emotiva tra sé e il suo lavoro, spiega: dopo anni di 10 interventi al giorno è stato necessario per continuare a fare il medico al meglio. Non dà numeri – “ogni donna che curo mi interessa in quanto individuo”, dirà il giorno dopo a Gad Lerner – ma chi parla di lui riferisce che, in 15 anni, all’ospedale di Panzi, nel Kivu Sud, ne ha curate circa 40mila. Forse la punta dell’iceberg, considerando che il territorio è vasto, le violenze molto diffuse, e non tutte le vittime hanno possibilità di accedere alle cure. 

L'altro giorno, al festival di Internazionale a Ferrara, ho intervistato Denis Mukwege, il ginecologo congolese “che ripara le donne” ed è candidato al premio Nobel per la pace. L'intervista è su Corriere Sociale
 

La differenza fra me e gli altri è che un’altra forse (un altro quasi di sicuro) si sarebbe scattata un selfie con lui, per poterla postare su Facebook il giorno della consegna del Nobel. Io invece ho pensato alle donne del Kivu Sud che ogni mattina si augurano di non essere stuprate e alla vita che deve fare il dottor Mukwege, tra operare vagine devastate, testimoniare l’orrore e chiedersi se domani a quest’ora sarà ancora vivo. E l’ho lasciato sorseggiare in pace il suo succo di ananas.

P.S. Alcune lettrici hanno trovato brutto e/o irrispettoso il titolo "L'uomo che ripara le donne" (peraltro il Corriere ha usato "ripara" tra virgolette). In realtà L'homme qui répare les femmes. Violences sexuelles au Congo: le combat du docteur Mukwege è il titolo francese del libro di Colette Braeckman ora tradotto da Fandango. Dal 2012, data della prima edizione del libro, Mukwege è conosciuto come colui che ripara le donne, e non penso che la parola riparare sia usata a sproposito perché Mukwege sottolinea - tra le altre cose - che una componente fondamentale della violenza è trattare le vittime proprio come oggetti, "così la coscienza non rimorde", ha detto mentre lo intervistavo.



Generally speaking, non mi sento schiava degli oggetti. Ok, conservo ancora una gonna che mi è stata regalata vent'anni fa da una zia anche se non mi entra più ed è marron, un colore che nel frattempo ho smesso di portare, ma ho regalato il letto in cui ho dormito dall'infanzia fino all'università e sono contenta che lo usi qualcun altro. I ricordi sono nella testa e gli oggetti possono girare il mondo. 

Pratico il baratto, regalo, accetto con un sorriso. Mi fa piacere che le cose che mi sono servite possano essere utili altrove e non ho paura di prendere con me un oggetto che ha addosso storie di altri. Ho ereditato della biancheria di seta da una persona che non ho conosciuto e l'ho indossata quando ho incontrato il grafico perché per me significava che "love is reborn, and reborn, and reborn". Adoro i mercati delle pulci, i negozi di rigattiere, le bancarelle dell'usato, i mercatini. Ho fatto tutta l'università abbigliata con capi di seconda mano di cui ricordo ogni colore e ogni provenienza: la maglia impressionista color covone di Monet, il vestito stampato verdure che mettevo agli esami della sessione estiva, il maglione col bottone a tre buchi, e molti altri. Senza nessuna tristezza, anche se nella provincia in cui vivevo il concetto di vintage doveva ancora arrivare.   

Oggi però sono stata in un mercatino dell'usato per vendere alcuni libri. Poi ho fatto un giro tra le cianfrusaglie del reparto casalinghi e mi è venuto il magone. Tutti quegli oggetti acquistati perché "si doveva", perché "ne avevo voglia", perché "potrebbe sevire", perché "ce l'hanno tutti", per dimostrare benessere, per affetto, per dono, per deesiderio. Oggi tutti uguali: vecchi, inutili, impolverati. Le tazze a fiori anni settanta che c'erano, simili, nella cucina della casa al mare dove ho passato tante estati d'infanzia. La macchina da scrivere uguale a quella di mio padre (noi la adoriamo, vale 19 euro). Un boccale da birra in ceramica con coperchio, 9 euro e 50, chi lo comprerà prima che cali di prezzo? Quante storie che portano con sé, quante andranno perdute. 

Il Mercatino ha vinto il premio nazionale sulla prevenzione dei rifiuti: bene, vuol dire che tanti di questi oggetti vengono reimmessi in circuiti d'uso e non vanno buttati. Ma le storie di quelle tazzine bruttine, di quei ninnoli acchiappapolvere, di quelle Barbie coi capelli infeltriti che fine faranno? E quelle macchine del pane un po' scalcagnate chi le vorrà? "Buone cose di pessimo gusto", mai espressione fu più azzeccata. Ed è una delle immagini che mi immalinconiscono di più. 

Non so perché il reparto dei casalinghi mi ha fatto venire questo magone. Starò invecchiando. Tornata a casa, mi sono ricordata di avere nello scaffale un libro che voglio leggere da tempo: La vita delle cose, di Remo Bodei (Laterza). Quasi quasi me lo porto in vacanza. 
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Vi hanno mai detto "pensa a studiare"? A me sì. E non aveva molto senso. Non che studiare non mi sia servito: sono convinta che lo studio mi abbia resa più consapevole e mi abbia insegnato ad alzare lo sguardo oltre il "qui e ora". Però lo studio ha bisogno di mettere radici, di sporcarsi le mani, di farsi esperienza prima che il tempo dei libri lasci ufficialmente il passo a quello del lavoro.

Oggi mi sembra abbastanza assodato: laurearsi avendo pensato solo allo studio in molti casi non è abbastanza. Meglio essersi rimboccati le maniche già da studenti e aver messo in tasca anche qualche abilità umana, sociale, pratica, inattestabile da pezzi di carta ma palpabile nell'approccio che si è sviluppato alle persone e alle cose.

Alla LUISS di Roma hanno pensato di favorire questo confronto fra teoria e pratica affiancando allo studio il volontariato. Così quest'estate molti studenti stanno lavorando i campi con Libera, o sono impegnati in attività con bambini di quartieri "difficili", o con le detenute ed ex detenute di Made in carcere, un progetto bellissimo dove tessuti e persone trovano una seconda opportunità nella creazione di bellissime borse e altri manufatti (ne scrivo oggi su Corriere Sociale ).

Il volontariato è ormai roba da ricchi, dice l'Istat, però ho la sensazione che oggi, rispetto all'epoca dei miei studi, si percepisca in modo più netto anche il valore arricchente del volontariato, in termini sia "umani" che pratici: il volontariato è un luogo dove si possono acquisire competenze che poi saranno spendibili altrove.

A volte le cose vanno così. Esci di casa col vestitino di seta e la collana di perle per andare al pranzo di famiglia e ti ritrovi per terra sul pavimento di un antibagno sconosciuto, a contorcerti per i dolori mestruali, con l'unico pensiero che hai bisogno del pavimento perché è freddo e tu stai sudando, hai voglia di strapparti i vestiti di dosso e di sbattere la testa allo spigolo del muro per vedere se si allenta la morsa alla pancia. 

Succede. A me però non era mai capitato e mentre i parenti a tavola parlavano di libri e musica io, nell'antibagno, ho vissuto momenti di panico. Sorvolo sui dettagli, ma non contemplavano i cuoricini . Tuttavia anche questa esperienza spiacevole ha avuto la sua utilità. Ho capito che in emergenza ho reazioni pronte e non prevedibili, e chi se ne frega della porta aperta, di chi passa, della carta igienica attaccata sotto il tacco, delle mutande all'aria, di piangere davanti a gente sconosciuta. 

Ma soprattutto ho capito che il mondo è ancora popolato da tante brave persone: l'uomo in camicia bianca che mi ha trovata sdraiata su uno scalino e si è voluto accertare delle mie condizioni e che ci fosse qualcuno con me, la mamma bionda che mi ha salutata gentilmente mentre vomitavo come la bambina dell'esorcista (a porta aperta, perché non avevo fatto in tempo a chiuderla), il personale della Premiata Trattoria Prati che si è attivato per procurarmi un antidolorifico e una sedia a sdraio sulla quale mi sono abbattuta per un tempo che non ho contato, finché l'antidolorifico ha fatto effetto. 

Poi mi sono ravviata i capelli e sono tornata a tavola coi parenti, anche con un certo aplomb. L'aplomb in queste circostanze forse è una delle mie specialità. E questa è un'altra scoperta interessante. 

pesci

(che c'entrano i pesci rossi? Niente. Però è un'immagine rasserenante, come la sensazione di essere circondata da brava gente)

Quando posso scegliere preferisco il giallo. 

Il venditore indiano al mercato di piazza Vittorio l'ha capito in mezzo minuto e mi ha fatto vedere ogni sorta di african print che avesse dentro il giallo. Giallo e marron, giallo e rosso, giallo e blu in tutte le versioni e i disegni. 

Ha vinto facile. Ho scelto il numero 3. Per 9 euro mi sono portata a casa 5 metri di stoffa del colore della felicità d'estate.

E adesso, questa stoffa a chi la do? Su Pinterest è aperta la caccia alle idee. Conoscendomi, sono abbastanza sicura che nessuna idea sarà realizzata in tempi brevi. Salvo questa skirt wrap che mi pare bellissima e semplicissima, e in sintesi un'idea geniale per utilizzare qualunque pezza di grande formato e di bella stampa. 

Certo, mica ho le gambe di una ventenne africana, io. Però sto per andare in vacanza e tra mare e musei la mia wrap skirt fai da te saprò portarla ;)

p.s.

La mia stoffa non è di pregiata fattura, non è di marca, non è top di gamma. E non ha neanche un nome. Però potrei darglielo: come fa la ditta olandese Vlisco, che fa stoffe bellissime. Alle stoffe e ai loro disegni - che nascono contrassegnate da un numero ma vengono poi "battezzate" con nomi evocativi e poetici da chi le usa - Vlisco ha dedicato un progetto di storytelling davvero intrigante.



Donna panciuta, del resto, è sempre piaciuta.

Illustrazione di Derek Erdman. Genio :D