Mettiamola così: è come farsi un panino a casa versus il filet o'fish ready made di McDonald's. Come il pane impastato con le nostre mani versus la baguette decongelata imbustata accattata in fretta e furia al supermercato prima di cena, come i cinque minuti di ginnastica davanti al pc versus una passeggiata al parco. Le alternative sono tutte valide ma ce n'è una che ha più gusto dell'altra, che chiede più tempo e più fatica ma può riservare più soddisfazione.
Così, mentre stringo tra le dita la mia prima imperfetta stampa analogica, apprezzo tutto il processo che l'ha generata e le scelte e gli errori di cui porta i segni. "Mia", infatti, qui sta per "fatta da me": la foto che vedete qui sotto l'ho scattata, sviluppata e stampata proprio io domenica scorsa, durante un workshop di fotografia analogica in bianco e nero e camera oscura.
La fotografia argentica - direi a cose fatte - è un mistero che, più che contemplato, va praticato. Esporre, inquadrare, pensare, scattare alla cieca sospettando che la foto verrà sbagliata (ma lo scoprirai solo alla fine!) è già un'esperienza emotivamente forte. Entrare in camera oscura e sudarsi per la prima volta il risultato del proprio lavoro lo è ancora di più.
Immaginavo che lo sviluppo avesse a che fare con l'addomesticare la luce, con lo studio e la teoria. Non sapevo che fosse anche un processo decisamente fisico: eviscerare il rullino al buio tormentandosi i polpastrelli come per aprire un'ostrica, arrotolare la pellicola su una spirale di plastica contando solo sul tatto, agitare il tank dello sviluppo per un buon quarto d'ora e poi lavare, srotolare, lavare, stendere, asciugare, tenere i tempi, maneggiare prodotti chimici con la necessaria accortezza, stare in piedi per ore sono solo i primi passi verso il miraggio della propria foto su carta.
Alla fine, mi sono accorta, non è tanto il risultato in sé che conta, ma tutto quel che occorre fare per arrivarci: un percorso che può durare ore e riservare fallimenti e delusioni, che a volte sono reversibili ma più spesso no. Non è una sensazione comoda ma c'est la vie.
Qui sotto i miei imperfettissimi provini a contatto, quelli in base a cui si scelgono i negativi da stampare e il relativo tempo di esposizione. Secondo il grafico di casa avrei potuto stampare la foto del palazzo con i balconi: luce radente, forme architettoniche... Io invece ho scelto le evanescenti ombre degli alberi sull'asfalto, e le sento così mie!
Immaginavo che lo sviluppo avesse a che fare con l'addomesticare la luce, con lo studio e la teoria. Non sapevo che fosse anche un processo decisamente fisico: eviscerare il rullino al buio tormentandosi i polpastrelli come per aprire un'ostrica, arrotolare la pellicola su una spirale di plastica contando solo sul tatto, agitare il tank dello sviluppo per un buon quarto d'ora e poi lavare, srotolare, lavare, stendere, asciugare, tenere i tempi, maneggiare prodotti chimici con la necessaria accortezza, stare in piedi per ore sono solo i primi passi verso il miraggio della propria foto su carta.
Alla fine, mi sono accorta, non è tanto il risultato in sé che conta, ma tutto quel che occorre fare per arrivarci: un percorso che può durare ore e riservare fallimenti e delusioni, che a volte sono reversibili ma più spesso no. Non è una sensazione comoda ma c'est la vie.
Qui sotto i miei imperfettissimi provini a contatto, quelli in base a cui si scelgono i negativi da stampare e il relativo tempo di esposizione. Secondo il grafico di casa avrei potuto stampare la foto del palazzo con i balconi: luce radente, forme architettoniche... Io invece ho scelto le evanescenti ombre degli alberi sull'asfalto, e le sento così mie!

Mi hai fatto venire una voglia enorme di fotografia analogica.... Non l'avrei mai detto possibile!
RispondiEliminaProva, prova! Tornare alla materia dopo tanto digitale può essere una bella sorpresa (un po' meno per l'ambiente, ahimé: i liquidi per lo sviluppo - anche se i laboratori fotografici li raccolgono a parte - sono molto inquinanti. Un buon motivo per fermarsi a pensare prima di scattare ;) ).
Eliminainteressante in effetti anche l'aspetto ecologico...
EliminaIl bello di "costruire" qualcosa con le proprie manine
RispondiEliminaEh sì!
Elimina(bello il tuo blog!)
La prima foto che ho stampato in camera oscura mi ha fatto sentire esaltatissima. Il mio ragazzo è fotografo e ora sta costruendo la sua nuova camera oscura, non vedo l'ora di riprovarci. E mi hai fatto venire voglia di riprendere in mano le foto che ho stampato!
RispondiEliminaBuon weekend
Valeria
Che bello, una camera oscura tutta per sé!
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