13 marzo 2013

L'erba del vicino è sempre più verde (?)

In questi giorni ho letto molte cose che mi hanno colpita. Una è stata lo sfogo di Chiara di Machedavvero, a cui certi commenti agli ultimi post del suo blog avevano quasi fatto passare la voglia di scrivere. Quasi, ma non del tutto: perché Chiara ci ha pensato e oggi risponde con questo post, in cui parla di imparare a coltivare la bellezza della propria vita in opposizione al "comunismo dell'infelicità", quel non volere che l'altro stia bene perché se non siamo contenti noi non dev'esserlo nessuno, e allora stiamo tutti male e mal comune mezzo gaudio. 

Premesso che le critiche sono pane quotidiano per chiunque scriva, perché si sa che non tutti possono essere d'accordo con ciò che raccontiamo e con le prospettive d'osservazione che scegliamo. Premesso che è diritto del lettore non provare simpatia per il blogger/il giornalista/lo scrittore di cui legge i pezzi, e criticarlo anche aspramente. Però un commento come questo ad un innocente racconto di viaggio come questo non è una critica: è solo un commento astioso, malevolo e pure un po' invidioso. Intanto perché è anonimo: di solito, quando si pensa di offrire alla discussione argomenti intelligenti, ci si firma. Poi, perché il suo tono sfottente non ha nulla di costruttivo: è semplicemente demolitorio. E qui veniamo all'invidia. 

"Invidia è non volere che l'altro possegga": la definizione più calzante di questo sentimento universalmente diffuso l'ha data lo scrittore Zuenir Ventura nel suo libro Invidia. Il mal segreto. In Italia l'ha pubblicato, nel 2007, Cavallo di Ferro. Mi è molto caro, perché la recensione che ne feci è il primo pezzo mio apparso sulle pagine di un giornale. Ma l'invidia è un tema che mi sta ancora più a cuore. Modestamente, sono un'esperta di invidia: la so riconoscere quando la incontro, perché in passato l'ho provata. E questo sentimento (o questo peccato) c'entra anche con la mia scelta di fare la giornalista. In che modo? Ve lo racconto qui sotto, riprendendo un vecchio post scritto altrove nel 2007. 

"I'm the fucking rockstar of my life", conclude Chiara di Machedavvero nel suo post, e io sono d'accordo con lei: perché l'invidia e l'inazione costano tanta fatica, e quando invece di stare a guardare gli altri (e di invidiarli) investi tutte le energie nell'azione ti sorprendi di quante cose belle possano nascere da ciò che fai e di come trovare il coraggio di dare forma ai desideri ti trasformi di colpo in una persona più felice e appagata. Per gli invidiosi che stanno a guardare - e a questo punto magari guardano proprio te - è uno smacco doloroso. Così può succedere di non essere più invidiosi ma di diventare invidiati. Anche su questo versante dell'invidia ho i miei two cents di riflessioni da condividere, ma lo farò un'altra volta. 

Intanto, ecco come sono diventata giornalista - o meglio (aggiornamento): come mi sono detta "ci provo". Come sono diventata il mio lavoro è un'altra storia, sudata: perché anche rimboccarsi le maniche per coltivare desideri e sogni costa fatica (e pure lacrime, alle volte).

Io sono stata una grande invidiosa. L’ho sempre ammesso, tra gli sfottimenti e le messe in guardia familiari e le dissimulazioni oneste per sembrare una che fa la superiore anziché una che ha i crampi allo stomaco da quanto si sente male per non essere riuscita a fare una certa cosa mentre qualcun altro (o più spesso qualcun’altra, ahimé) ci riesce doigts dans le nez. L’ho sempre ammesso e mi sono sempre sentita in colpa, e anche molto molto infelice, perché tutto sommato ha ragione Zuenir Ventura quando dice che l’invidioso non è altro che una persona che non si espone alla competizione, per paura di uscirne perdente. L’invidia "arma degli incompetenti", appunto.
E’ stato così che ho passato il 2006 a torcermi le budella perché una persona a me vicina aveva fatto quel che a me non era riuscito: mollare il lavoro e dedicarsi alla scrittura. Si dà il caso che non fosse una persona "competente"; non nel senso che do io a questa parola, ecco. E allora eccomi là a leggere le sue recensioni, a contarne le virgole che aprivano senza chiuderli incisi in cui si perdeva il soggetto della frase, a dire che sì, era brava a trasmettere emozioni, peccato che della chiusa ad effetto di un certo articolo avessi fatto 15 volte l’analisi logica senza riuscire a mettere a fuoco a chi si riferisse un certo pronome dimostrativo (per inciso, non ci riesco neanche adesso). A dire che era una vantona-presuntuosa-antipatica-spocchiosa.
Poi, un sabato, corso di inglese. Il compito è presentarsi in terza persona come se stessimo scrivendo il risvolto di copertina di un nostro libro. La penna vola e prima di poterci riflettere la mia autobiografia romanzata dice che sono una giornalista free lance. Vago senso di naso che si allunga. Comunque consegno il foglio, e se alla lezione successiva mi torna segnato in blu non è certo per la bugia. Della quale, tuttavia, inizio a sentire il peso. E se l’insegnante mi chiede con quali testate collaboro? E aver scritto questa bugia non è, in fondo, l’ammissione più genuina del mio abissale senso di inferiorità per non essere mai più riuscita (dopo un postlaurea da addetto stampa vissuto infelicemente tra umiliazioni miste e un corso in comunicazione che è servito soltanto a darmi la determinazione per riciclarmi nel sociale) a prendere la penna in mano? per non essere sicura di saper scrivere un attacco degno di questo nome, di saper mettere 5 frasi in croce intorno alle 5W? E’ l’ammissione della mia incompetenza, ecco cos’è: sono ridotta a inventarmi un’altra me, perché quella che c’è già non è capace di provare a fare quel che vorrebbe fare. E’ l’ammissione del fatto che, per "quella certa persona" che non sa mettere bene neanche le virgole, provo solo invidia, perché lei si è buttata e si è messa in gioco, e così forse ha qualche speranza di migliorare e di fare quel che le piace tanto – scrivere – mentre io no. E’ stata questa la spinta. Non potevo essere ridotta a raccontare bugie sul mio stesso conto. Così ho acceso il pc e ci ho provato.
Intanto era arrivato un libro: questoTouché. E’ stata la mia prima recensione, su Leggere:tutti di aprile 2007. Simbolicamente sull’invidia, simbolicamente proprio su quella testata. Osata la competizione, l’invidia non morde più. E veramente essermi data il permesso di scrivere – e aver osato rendermi visibile con la scrittura, visibile anche alle critiche se necessario – per la mia autostima ha fatto più di qualunque psicoterapia.
          (9 novembre 2007 - il post originale è qui

Ah, post scriptum: siccome nel post di Machedavvero i commenti virano al "tu non sai cosa passo io che ho una vita normale e lavoro tutto il giorno", volevo aggiungere un paio di cose: non è che bisogna essere calciatori o giornalisti o blogger o "gente famosa e figa"  per godere del bello della propria vita ed esserne soddisfatti. Ogni vita è speciale, a modo suo. Vedere il bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto - o, se capite quel che voglio dire, scattare bellissime foto anche dentro le quattro mura di casa propria - è in gran parte una dote personale. Che a volte - buona notizia - si può allenare. 
Alla fine del 2007 facevo l'operatrice sociale e lavoravo in una casa famiglia per donne vittime di tratta (è il lavoro che ho fatto per diversi anni prima di darmi al giornalismo a tempo pieno; non credo di averlo mai raccontato in questo blog). Una sera d'autunno, mentre andavo al lavoro, la macchina mi lasciò a piedi sbuffando fumo dal cofano. Accostai impanicatissima. Una signora che passava mi guardò con compassione e disse "eh, è successo anche a me e ho dovuto buttarla". Non navigavo nell'oro (nei miei annali quella è ricordata come "l'epoca delle mutande strappate"), e al solo pensiero mi misi a piangere senza vergogna. Piangevo nel mio giubbottino catarifrangente a bordo strada e continuai finché non arrivò un meccanico. Alla fine la macchina si poté riparare. Il giorno dopo, quando (infine) arrivai alla casa famiglia, raccontai la disavventura, pianto compreso. Una ragazza nigeriana bellissima e intelligentissima e analfabeta, con cui la vita era stata tutt'altro che tenera (sapete di cosa parliamo quando parliamo di tratta) , mi ringhiò: "perché tu piangi, se tua macchina no bruciata?". Ecco, la questione vita figa/sfigata sta anche nel peso che attribuiamo alle altrui fortune e/o alle nostre difficoltà.

5 commenti:

  1. cara
    leggo questo post che mi ha davvero colpito
    e adesso, a bruciapelo, mi viene da dire soltanto che sono veramente onorata di averti conosciuto, di condividere queste confidenze e avere davanti tante altre occasioni per ascoltarti, parlarti e conoscere il tuo punto di vista sulle cose.
    un abbraccio commosso

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    1. Grazie Caia, piacere mio di avere te fra le persone con cui posso condividere queste cose :)
      (poi, mioddio, non ci posso credere che in poco più di una settimana ho reso pubbliche tre cose personalissime come la Maddalena, l'invidia e l'epoca delle mutande strappate. Però erano temi su cui volevo scrivere da molto, e in questi casi secondo me bisogna lasciar andare... tu che ne dici?)

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  2. Urca, quanta roba c'è qui dentro.
    Ho letto di un po' di maretta nei commenti di Machedavvero, ma io non li leggo più da un sacco di tempo. Un po' perché sono troppi, e un po' perché quelli invidiosi guastano l'atmosfera, preferisco leggere il post e gustarmi il suo sguardo, senza tutto quel vociare intorno (è un peccato, perché secondo me i commenti fanno sempre parte del blog).
    Ti ha comunque dato il la per un post bellissimo. E complimenti, ci vuole coraggio a riconoscere di essere stati invidiosi, sei la prima persona che vedo farlo. Sei stata brava a trasformarla l'invidia, che per sua natura è distruttiva, in qualcosa di costruttivo, in sano spirito di competizione.

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    1. eheh, ho scritto un po' un papiro... grazie a voi per essere arrivate in fondo!
      sai, secondo me l'invidia è una di quelle cose che muovono il mondo, a patto di saperla rivoltare come un calzino per trasformarla in voglia di migliorarsi e in sana competizione.
      ciao!

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  3. bello leggere tutto questo, mi dà tanta carica e tanta consapevolezza. perchè anch'io sono campionessa di invidia, sai? invidio ancora chi ha la salute che io non posso più avere. ma guarda, piuttosto che stare a guardare gli altri che fanno e a rosicarmi il fegato piuttosto mi lancio e se cado, sono capace di rialzarmi no? grazie...grazie con stima vera! magari un giorno anch'io da blogger faccio il salto e divento giornalista senza temere chissacosa! grazie ancora!

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